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Era quello il tempo

Era quello il tempo

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“Era quello il tempo” per immortalare la vita con quattro mani e due modi diversi di interpretare il mondo. Uno attraverso le parole, la scrittura, l’altro attraverso l’immagine, la fotografia. Due mezzi di comunicazione molto potenti. Due modi di sentire la vita che si incastrano perfettamente come pezzi di un unico puzzle.

   Qui la fotografia, in particolare, cattura quell’attimo fuggente mai più ripetibile e attraverso il quale il mondo ci appare sotto una lente di ingrandimento e il suo significato diventa, improvvisamente, più intenso. Questo è il potere dell’immagine che, nel caso specifico di questo libro, ci racconta della labilità della vita, di quel ricordo impolverato attaccato a quella sensazione emozionale che ci inumidisce il volto ogni qualvolta vi facciamo capolino con la mente e con l’anima.

   La poetica delle fotografie in “Era quello il tempo” ci ricorda gli echi dei grandi fotografi del ‘900, come Andrè Breton, Henri Cartier-Bresson, Man Ray, Arno Jansen, Francesca Woodman, solo per citarne alcuni.

   Le immagini, in bianco e nero, sono spesso crude e l’atmosfera è fitta e umida, in un dialogo costante tra voce interiore e dimensione reale che immortala in più riprese spazi interni, dove è sottolineato l’abbandono delle cose e il “luogo” che ci viene donato può essere idealmente quello dell’infanzia di ognuno di noi. Di tanto in tanto anche l’autore avverte l’esigenza irrefrenabile di ritornare in quel luogo che ogni uomo conserva nell’angolo più remoto del cuore e che pulsa ancora di calore e di vita. Lì, dove il tempo è imperituro e le ragnatele formano fili indelebili di giocose altalene, la fotografia diventa l’incipit di ogni capitolo, le cui parole incastrandosi infittiscono di mistero il testo.

   Nelle istantanee vediamo case, ruderi, crepe, che mitizzano la caducità del luogo diventando inesorabilmente metafora di vita, la quale risuona in ogni angolo saturo di emozioni arcaiche.

Un letto natale, un lavabo antico, una finestra che si apre sul mondo, ogni fotografia porta con sé un carico sentimentale acuto e se ci si ferma a guardare con attenzione e predisposizione all’accoglienza, quasi lo si sente sulla propria pelle lo svuotamento e la solitudine che riecheggia attonita nell’aria, mentre la natura si riappropria del suo spazio.

   L’autore si dedica all’osservazione sensibile del divenire e del trascorrere, esaminando ciò che intorno a lui cambia nel tempo per poi fotografarlo quando quest’ultimo ha lasciato abbastanza tracce dietro di sé. Tutto concorre a determinare perfezione in queste immagini: dall’illuminazione equilibrata fino alla scelta accurata della posizione e del momento in cui scattare la foto. Tutto mira al massimo della chiarezza nella composizione: dal ricordo alle proprie radici, dal tempo che passò vivendo al tempo che passò amando.

   Un uomo, il suo ricordo, lo spazio eterno che abbraccia parole di vita e infine, nell’ultima istantanea, lo specchio dell’anima svanisce e, nel dolce sapore che lascia, resta solo la memoria di un luogo e del tempo che in esso vive.

Noemi Manna

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