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Il Clan di Cocktail

Il Clan di Cocktail

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Il Clan di Cocktail è un’opera unica nel suo genere perché supera tempi e mode restando sempre attuale. È un’opera sulla rassegnazione e la sconfitta della civiltà a causa di uomini ormai fagocitati e inghiottiti da una società cannibale e ingiusta.  Una società figlia del commercio e della voglia di apparire che ottenebra le coscienze. C’è tanto post ’68, finto positivismo e sete di apparire; tutto è pubblicità, tutto è slogan nella società degli uomini perché nell’ombra di ogni essere vivente si nasconde sempre “un prodotto da commercializzare”.  L’uomo è merce perché ha da tempo venduto il suo spirito, la sete di comunione, la voglia di stare insieme se non per appagare egoismi.  Siamo, però, anche dalle parti di Orwell e del Grande Fratello che tutto sa e tutto guarda, la vita, infatti, è “una farsa che serve a soddisfare la solitudine” spiega Cocktail. C’è chi sogna di avere successo come Ingrid, chi pare indolente ad ogni manifestazione ultraterrena perché consapevole che il sacro può esistere solo se spettacolarizzato.  “La scienza dovrebbe essere asservita alla fede”, ricorda sempre Cocktail, ma “il Profeta” (c’è molto Gibran in quest’opera) agisce in un tempo in cui La Verità e La Giustezza incontrovertibili sembrano avere delle ipotesi. Potrebbe sembrare un paradosso ma questo è il mondo che si “manifesta” in quest’opera: uno specchio grigio e malinconico della realtà in cui tutto appariva ribaltato (all’epoca) mentre tutto sembra così contemporaneo (oggi).   Le offese vengono dimenticate rapidamente e solo la violenza (verbale e fisica) pare scatenarsi con semplicità. Il Clan di Cocktail, scritto nel 1968, ha anticipato il nuovo millennio e persino quella gemma che è stata la serie televisiva Lost. Non è un caso se uno dei personaggi, pieno di domande e legato al danaro ricorda nel cognome il filosofo liberale Herbert Spencer fautore del darwinismo sociale; si perché nel Clan di Cocktail c’è una lotta per la sopravvivenza sociale e per la selezione naturale, una “terra di nessuno” in cui la sacralità è costretta a sparire per lasciar posto ad una vita ciclica e senza slancio.   In scena ci sono uomini resi inermi che hanno smesso di Credere e Sperare nei “sentimenti”.  Ci troviamo a New York anche se il tempo e lo spazio sembrano sospesi. Il marmo, il giardino, i monumenti del “primo tempo” sembrano schegge di memoria così come i bassorilievi di Orfeo ed Euridice, monito per chi guarda (o legge) della loro storia d’amore e di quanto il veleno di una società ingiusta possa minare anche le unioni più felici. 

Il copione di Francesco Paolo Fiorentino è un vero e proprio viaggio dantesco ricco di parole che spesso “uccidono cuori” mentre scandiscono l’agonia di anime che non sanno più (o ancora) scegliere tra Inferno, Paradiso o Oblio. Quello dei personaggi in scena sembra essere un “mito terreno” che ha nella ciclicità il ripetersi di turbamenti ed agonie. L’eterno ritorno Nietzschiano sembra essere la base per creature che si trascinano in un limbo fatto di notte, vento burrasca, gesti ripetuti e soliti pensieri, ma ecco che in questo microcosmo si affaccia la luce: Cocktail, all’apparenza un reietto che sembra avere la chiave per far scegliere ai personaggi la via per una nuova salvezza o una definitiva dannazione. Rompere le catene, avvicinarsi ancora alla vita, sconfiggere il tempo, superarlo con i sentimenti per poter tornare a vivere, a sorridere per non scoprire quanto gli uomini siano simili alle bestie.  L’opera di Fiorentino mi ha portato alla memoria The Brig-La prigione, opera teatrale dell’ex marine Kenneth H. Brown, ma mentre nel secondo le regole portavano ad una crisi sociale e ad una netta accusa della civiltà contemporanea, nel Clan di Cocktail la crisi è decisamente culturale e spirituale. In The Brig i protagonisti avevano a che fare con l’assurdità della Politica, nel Clan di Cocktail la lotta è contro le proprie stesse pulsioni e contro un mondo che ha portato all’egoismo uccidendo lo stesso anelito verso l’eterno e la conoscenza.  Per un testo scritto in italiano e (credo) figlio di un movimento che Pasolini definì Manifesto per un nuovo teatro del 1968, sono sicuro che Fiorentino aveva visto e/o letto Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene così come Affabulazione di Pasolini, cercando di spingere Il Clan di Cocktail verso la galoppante mancanza di Teologia Morale e Sociale portando la “dottrina e la religione” tra i bassifondi di una grande città tra otto personaggi limite. Tra i protagonisti affiorano tematiche fondamentali per comprendere l’animo umano e Fiorentino fa partecipare i suoi “interpreti” con mestiere utilizzando una prosa attenta, dei dialoghi fluidi e una grande attenzione per la filosofia che in questo caso “interpreta e definisce i modi del pensare, del conoscere e dell’agire umano nell’ambito assoluto ed esclusivo del divenire storico” (cit. Dizionario Devoto Oli).
Francesco Paolo Fiorentino non risparmia al lettore (e agli spettatori) una prosa moderna (ribadisco che il testo è del 1968), “giovane” e “arrabbiata” che pare andare proprio nella direzione di un teatro e di una cultura debitrice di grandi autori internazionali come John Osborne. È un testo unico, messianico, crudo e crudele che mette a nudo la società e lo fa senza orpelli, in maniera chiara, sincera, escatologica. Sin dalle prime battute ci rendiamo conto che il “barbone” Cocktail è un Ecce Homo, un angelo della Vita o della Morte in una società di emarginati e di peccatori in cui tutti sono colpevoli di aver ucciso il sentimento. Una società, ripeto, nietzschiana in cui Dio è morto mentre un Cristo (orfano di Padre) si trascina ancora tra i vicoli di New York (sublime e tratteggiata nel copione con pochi elementi scenografici). Le luci della redenzione sono lontane, distanti mentre il Messia (Cocktail), reincarnatosi tra gli ultimi, cerca di parlare ad una società umana verbosa, falsa, bugiarda, abominevole e sempre alla disperata ricerca di “dollari”. Cocktail scompagina le carte, sta al gioco degli altri protagonisti e si rende Umano, troppo Umano per far comprendere che la via della salvezza e della resurrezione la si può raggiungere esclusivamente su questa terra. Ci troviamo in un limbo, a tratti colorato, ritmato ma oscuro, perché in questa opera teatrale l’Inferno sembra molto più prossimo del Paradiso che si intravede, pallidamente, oltre una scogliera.  Il Messia, nel suo percorso cristologico di passione, cerca di redimere gli uomini facendo compiere loro una via Crucis di ideologie represse, inquietudini e tristezza quando sarebbe molto più facile e luminoso capire il valore dell’amicizia, della fratellanza e dell’amore. Il Clan di Cocktail è un testo Antico ma Moderno: due binari su cui Fiorentino gioca per cercare di allontanarsi dalla negletta Vecchiezza dell’essere umano. Svelare il finale non allontanerebbe dalla lettura ma questo mito contemporaneo potrebbe essere una espiazione perché ci sono troppi Sisifo in questo copione, bugiardi che cercano di ubriacare la Fine per allontanarla, ma che si vedranno condannati a rivivere le proprie meschine tragedie in eterno. Per questo copione immagino una fine ciclica e sull’ultima battuta vedo un riallacciarsi della prima scena e credo di non discostarmi molto dal pensiero di Francesco Paolo Fiorentino.

Luca Guardabascio

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