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Accusì ricìa tata Giovanni (Così diceva nonno Giovanni)

Accusì ricìa tata Giovanni (Così diceva nonno Giovanni)

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   Nella mia densa e intensa vita, mi è capitato di incontrare gente di tutti i tipi e tra queste persone dotate naturalmente di spiccate qualità, tra queste l’intelligenza, dote sempre più rara. Quando l’intelligenza si congiunge alla calma, alla riflessione attenta, diviene saggezza, capacità di dominare gli eventi, a cui la vita espone, per condurli al miglior fine.

   Tata Giovanni, l’autore delle epiche gesta quotidiane che Pasquale Perruso qui amabilmente narra, non è un’invenzione della sua pur fervida fantasia, ma un uomo realmente esistito; un saggio del villaggio, che molto ricorda da vicino alcuni vecchi, infallibili “capi”, personaggi di tribù indiane, a cui i films westerns ci hanno abituati. A lui si rivolgevano i compaesani, che egli ben conosceva, per invocare consigli in situazioni certamente non agevoli, in cui la vita li aveva fatti casualmente trovare. Egli, mentre fumava la pipa ed era assorto nei suoi pensieri, dispensava con gratuita generosità la sua saggezza, felice, alla fine, che i suoi consigli sortissero un esito positivo. Guai, però, a commettere del male: pur aiutando chi gli chiedeva soccorso, egli si augurava di non più vederlo.

   Ci sono, infatti, valori sacri, che devono essere perseguiti e rispettati: la famiglia, ed egli ne aveva una numerosissima; l’amicizia; quel bene comune, fondato sulla saggezza di Tata Giovanni, ma anche sulla solidarietà concreta, che si manifesta come segno di gratitudine e di rispetto, nel preciso momento in cui anche Tata Giovanni viene esposto ai tiri della mala sorte.

   Ancora una volta Pasquale Perruso, incoraggiato da chi scrive, ha sentito il bisogno di fissare sulla moviola della memoria momenti significativi di una comunità, di una civiltà, costruita sul naturale ciclo delle generazioni e sul rispetto, che le nuove dovrebbero portare alle più vecchie, nel nome di un’esperienza e di una simpatia, che continuano a significare condivisione di un comune destino. Uno scrittore ha detto che, un tempo, i figli rispettavano i genitori, mentre, oggi, accade esattamente il contrario: i genitori rispettano i figli…, senza, conviene aggiungere, essere sempre contraccambiati. Insomma, tempi duri per i troppo buoni! per evocare un fortunato slogan televisivo.

   I figli, numerosi, di Tata Giovanni, invece, rispettavano il loro padre, come la loro madre, ben consapevoli dei sacrifici che essi avevano fatto per loro e che essi, tra l’altro, quotidianamente condividevano, contribuendo concretamente, con il loro lavoro di pastori, al buon andamento familiare. Ma c’è una ragione più profonda, sulla quale occorre soffermarsi: il rispetto, fine a se stesso, non conta niente o poco, se non è sorretto dal sentimento, che ancora può salvare il mondo, se correttamente applicato: l’amore. Quell’amore, che ti porta a provare tenerezza per chi ha vissuto tante stagioni ed è inevitabilmente esposto alla malattia della vecchiaia. Rispettiamo ed amiamo, dunque, gli anziani, per non essere costretti a rintracciare questi sentimenti, passati di moda, solo nelle classi più povere.

 

Francesco D’Episcopo