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Il Ponte del Diavolo sul fiume Sele

Il Ponte del Diavolo sul fiume Sele

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Giuseppe Fresolone

 

Ogni ricostruzione della trasformazione fisica di un territorio rimette in discussione i «confini» dell’identità collettiva delle comunità che ne fanno parte, ne ridisegna i connotati sopprimendo rappresentazioni invecchiate e proponendo nuovi tratti, abbozzando il profilo di una rinnovata fisionomia.

Una pur importante e dettagliata serie cronologica che investe gli eventi storici, politici, militari, religiosi o di qualsiasi altra natura, se la si vuole riferire alla costruzione dell’ambiente umano, può risultare scarsamente utile se non fuorviante.

Spesso si è appiattito sugli eventi (con le loro date e i loro protagonisti) quell’organizzazione dello spazio la cui identità si può riconoscere nella continuità plurisecolare di tanti gesti, di innumerevoli interventi, di diversissimi fattori (naturali, tecnici, economici, ecc.) che sono difficilmente catalogabili secondo le pur complesse scansioni della storia politico-diplomatica.

In conseguenza di tutto ciò dagli anni ‘50 nasce la cosiddetta environmental history(1) che porta inscritta nella sua ispirazione di fondo l’intento di modificare radicalmente il modo di pensare il rapporto tra civiltà e natura.

I nuovi studi situano il tema dell’organizzazione del territorio in un sistema la cui costruzione – per quanto sia riferibile a uomini o principi, a comunità monastiche, a famiglie titolate o a classi sociali – non è mai risolta una volta per tutte in una periodizzazione che si riferisce al nome di un sovrano, di un feudatario, di una data comunità storicamente connotata.

La trasformazione di un territorio è il risultato di un processo di reciproci condizionamenti, in cui i principali ma non unici attori sono l’amministrazione e la politica centrale.

È dunque dalla identità di ciascun luogo che bisogna risalire, e la periodizzazione storica o ecologica può essere usata solo come sussidio utile, come quadro sinottico di riferimento, ma non può essere assunta come guida dominante.

La consapevolezza critica di questa particolarità implica un diverso ordine e sollecita non pochi interrogativi.

La definizione di uno spazio fisico, geografico, storico, per quanto possa essere preciso e puntuale, facendo capo ciascuna definizione a un sistema disciplinare ben consolidato, non risolve quell’imprescindibile indagine sui rapporti che intercorrono tra i diversi ambiti riconosciuti o prescelti(2).

La vicenda che in questo lavoro collettaneo si tenta di ricostruire e interpretare è quella degli sforzi e delle opere per superare una “barriera” (il fiume Sele che scorre impetuoso nella pianura a sud di Salerno) spesso percepita contraddittoriamente, allo stesso tempo, come risorsa e come “confine”, che nella seconda metà dell’Ottocento conosce una chiave di volta, che non può non essere collegata a mutamenti più ampi della funzione del territorio di riferimento.

Non a caso il concetto di confine è rimasto a lungo legato alla percezione di una sua entità naturale, sancita dalla configurazione del territorio, rintracciata nel percorso dei fiumi e nei rilievi montuosi e considerata il presupposto inequivocabile per l’autenticità di frontiere già conquistate o da conquistare.

L’idea di una separazione dei territori data per natura, pur decretata dalle dottrine geografiche, può non essere affatto condivisa dalle popolazioni locali, che nella loro esperienza quotidiana vivono spesso l’intensità degli scambi economici, culturali, nel caso qui descritto da una sponda all’altra.

È pertanto la complessa identità (territoriale, culturale, socio-economica) dei confini a svelare la fallacia di una loro presunta “ragion d’essere per natura”(3).

Gli archivi e le carte consultate per la realizzazione dei saggi contenuti in questo volume consentono di ricostruire gli spazi topografici e sociali della plurisecolare “contesa” con il fiume Sele e soprattutto di scorgere, sia pur indirettamente, la “coscienza sociale dello spazio” e il ruolo delle rappresentazioni: dalle visite pastorali alle descrizioni scritte di viaggiatori e burocrati dei vari regni.

Da queste fonti emerge, da un lato l’espressione frammentata dello spazio come strumento d’identità delle singole comunità e dall’altra il tentativo, da parte delle varie formazioni istituzionali che si avvicendano, di farne uno strumento analitico in grado di abbracciare in una completa ed efficace visione d’insieme le asimmetrie territoriali dello Stato, fino a diventare strumento di governo e di legittimazione del territorio e dunque di gestione dei rapporti con le periferie(4).

Si tratta di un processo affascinante e complesso che gli autori, prendendo spunto dai tentativi di “superare” il Sele dal Medioevo fino alla costruzione di ponte «Barrizzo» nei primi anni Settanta dell’Ottocento, descrivono con considerevole lucidità e con una capacità di sintesi inusuale in chi si occupa di storia solo “incidentalmente”.

Prezioso è il tentativo di tenere insieme più elementi in una narrazione che tiene conto della diversa qualità dei quadri ambientali nel tempo (la salubrità delle origini e la malaria dell’età di antico regime); dello spazio storico (dalla costruzione delle città antiche romane e greche fino al dispiegarsi dell’opera di bonifica nei primi tre decenni del Novecento), della storia della cultura (la riscoperta del dorico ed il suo effetto sul linguaggio artistico tardo-settecentesco) e di come interagiscono nella costruzione del territorio.

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