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Come un Re amo

Come un Re amo

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Non conosco di persona Gianluca Sinopoli, né i suoi interessi, la sua cultura né i suoi tratti caratteristici.

Amici comuni ci mettono in contatto per la prima volta e la mia lettura di questa raccolta di poesie è pura, o per meglio dire, nuda.

Mancherà in quel che scrivo, ed è bene, ogni riferimento biografico o grossolanamente psicologico.

 

 * * * * * *

 

Ci si può interrogare a lungo sulle possibili relazioni tra letteratura e psicoanalisi; senza volermi dilungare sul Freud lettore dei classici o sulla Klein di “If I were you”, posso senz’altro affermare che non mi pare tanto utile una psicoanalisi come strumento di indagine del testo, quanto una presa d’atto che nel testo letterario, massimamente in quello poetico, sono rappresentate verità profonde solo in seguito raggiunte dalla formulazione analitica: stati mentali arcaici, emozioni sottili, sfuggenti eppure intensissime, nominate, “toccate” dalla poesia, si rendono disponibili ad una successiva elaborazione, sempre debitrice del pensiero poetante.

In questo senso le poesie di Sinopoli si mostrano di grande densità espressiva; ci parlano d’amore, e questo sembrerebbe un dato ovvio: si sa, i poeti parlano d’amore…

Ma in una sorta di canzoniere di amore terreno, adulto e sensuale si insinuano tracce di un sentire più antico, quello connesso all’amore primario, per citare Balint, ovvero quello delle primissime fasi della vita, che pone in contatto ogni essere umano con un oggetto d’amore vicinissimo eppure trascendente nella sua interezza, cangiante nel suo essere percepito/rappresentato solo attraverso mutevoli stimoli sensoriali.

In molti luoghi di questa raccolta Sinopoli segnala questa modalità rappresentativa, con un caleidoscopio di metafore necessarie: l’oggetto d’amore, l’altro, è detto attraverso le modificazioni che lascia nell’Io.

Sensazioni fisiche, affetti e sentimenti in forma aurorale forniscono indizi sull’oggetto d’amore, delineano climi emotivi, ma l’oggetto rimane sullo sfondo irraggiungibile, pur se sempre presente.

Sinopoli non spreca le parole; talvolta la vicinanza amorosa è esaltante, quasi l’Io e l’Altro-da –sé

si confondono. “Dentro di me tu cadi/ mentre cado”. In questi, come in numerosi altri versi, Sinopoli ci fa sentire quello stato mentale fusionale che attiene non solo alla prima infanzia, ma che permane, se mi si consente una metafora musicale, come “basso continuo”, come sfondo ineludibile, delle adulte relazioni d’amore.

Altre volte il poeta tocca l’assenza dell’Altro, la sua intangibilità piena, pur se presente:

In tutti i componimenti della raccolta si susseguono tracce, indizi, elementi minimi che si trasformano, lasciando la rappresentazione piena dell’oggetto inafferrabile.

In tanta presenza sensoriale si avverta l’assenza dell’intero.

Chiude la raccolta una poesia sulla lontananza, “senza addio”, che pare esprimere una nostalgia della pienezza e dell’intero che si colora di metafisico o, se si vuole restare sulla terra, di rimpianto per la fusionalità intrauterina.

E tuttavia credo di poter a proposito citare due maestri della psicoanalisi contemporanea.: per Lacan il simbolo è la morte della cosa, per Bion il pensiero sorge dall’assenza dell’oggetto. Ovvero il passaggio da forme proto-mentali di esistenza psichica a modi più specificamente umani di pensare e sentire è segnato proprio dall’assenza/lontananza dell’oggetto d’amore.

E’ la direzione della rappresentazione poetica di Sinopoli, il suo condurre il lettore, con parole, lo ripeto, necessarie, quasi chirurgiche, dall’amore primario, alle sue forme sensoriali/sensuali, attraverso vissuti anche dolorosi, all’alba del pensiero.

Dott. Gianni Sarubbi