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La Maledizione di Ludovico, Racconti agghiaccianti

La Maledizione di Ludovico, Racconti agghiaccianti

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Visto il panorama desolante dell’attuale letteratura, specialmente italiana, che si mostra totalmente incapace di donare alcunché a chicchessia, tranne che la vacua soddisfazione narcisistica di chi la produce, allora andrà salutata con favore l’iniziativa della scrittrice esordiente Loredana Tierno, che qui siamo chiamati a presentare. Esordiente (benché già avvezza alla frequentazione di pubblicazioni che ne hanno ospitato contributi) perché questo è il suo primo tentativo per così dire “organico”, di dare consistenza ad una forma di comunicazione scritta che presenta molti tratti di originalità. Come sono i racconti di Loredana Tierno? A quale genere afferiscono? E davvero l’autrice si è posta il problema di una sua collocazione di genere in funzione di qualcosa? Non possiamo fare a meno di cercare le fonti di ispirazione per il romanzo La Maledizione di Ludovico e per i racconti brevi che stiamo presentando. Ritengo che essi, nel loro complesso, vadano a costituire un “corpo”, ma non nel senso latino di “corpus”, quindi “raccolta”, quanto piuttosto nell’accezione greca di “organon” e cioè “strumento”, “complessità vivente”: i racconti “grotteschi e arabeschi” di Edgar Allan Poe ne costituiscono certo il sistema venoso e arterioso, fasciato tuttavia, dalla “muscolarità” letteraria e femminina di una Elizabeth Gaskell, George Eliot (Anne Marie Evans) e Mary Shelley con quel loro modo “vittoriano” e trasgressivo ad un tempo, con cui guardavano al mistero e al fantastico. Ma la “pelle” di questo organismo affascinante, quella cioè che rende il corpo visibile, appetibile, sensuale, è molto vicina all’immediatezza della narrazione, alla fulminea emozione che promana dai cortissimi racconti di un mostro sacro come A.G. Bierce (“maestro dell’orrore breve” come ebbe a definirlo G. Pilo, e dal “tocco” inconfondibile, secondo R. L. Stevenson).
L’obiezione contraria sarebbe facile: troppo lontani, anche nel tempo, gli esempi appena fatti per poter costruire un parallelo che regga; tuttavia, molti sono gli elementi comuni: un “soprannaturale possibile”, quello della Tierno, che rimanda a Poe, alle atmosfere “femminili” del gotico anglosassone ottocentesco e, infine il tratto giornalistico, cronachistico, quasi da “flash” d’agenzia che avvicina molto al tratto bierciano; tutti questi sono gli ingredienti fondamentali della ricetta proposta nel romanzo “La Maledizione di Ludovico” e nei racconti dell’autrice. 
Ma la vera novità, quella che davvero può avvicinare quest’opera alla sensibilità dei potenziali fruitori, sta certamente nell’ambientazione dei racconti e del Romanzo. Non vi troviamo certo gli scenari polverosi della frontiera americana, né le cupe stanze ovattate di silenzio delle ville del “dixieland” attraversato dal Mississippi e non riconosciamo nemmeno le fumose nebbie della brughiera scozzese o l’apparato chincaglieresco tradizionale fatto di catene trascinate e porte cigolanti. Tutto questo viene sostituito da una paura angosciosa costituita da ciò che ci è ignoto, piuttosto che di terrori noti; un orrore che non si nutre di straordinario ma di una quotidianità che sembra disegnata su un lucido per lavagna luminosa: tratti scarni che si sovrappongono ad una normalità misteriosa che non avremmo mai immaginato: racconti semplici snocciolati frettolosamente da gruppi di amici a passeggio in fresche sere estive, in soleggiate mattine e non fra le grigie case di Londra o l’anonima periferia del west coast. Il loro passo, un po’ irrispettoso, rompe il silenzio forzoso dei centri storici di un meridione italiano che nessuno mai avrebbe immaginato scenario per racconti fantastici, almeno dai tempi dei tentativi, in questo senso, di un Capuana o di un Pirandello. La familiarità con le pietre di case coloniche, di castelli medievali, il basolato umido delle piovose estati collinari, il sempiterno profumo dei funghi che non involgariscono certo queste “storie del Cilento” o dei “Monti Alburni” o del “Vallo di Diano”, ci presentano un affresco mentale davvero inedito e sorprendente. Il romanzo e i racconti in questione si nutrono di una trama semplice: la tragicità della morte violenta di un bambino, la maledizione in un antico castello, l’ignoto angolo buio di una stanza che promette angoscia più che paura; il tutto all’interno di questi scenari “campagnoli” (anche quando magari ci si sposta nei quartieri di un’anonima città universitaria), assurgono alla medesima dignità ed impatto emotivo dei racconti che si svolgono nei tetri boulevard o nei trascurati camposanti descritti da Le Fanu o Stocker. Ma in queste narrazioni di Loredana Tierno c’è qualcosa di più: vi riconosciamo la paura “possibile”, il terrore facile; quello che si incontra svoltando l’angolo, un orrore fatto di spettri che non sono lontani da noi ma abitano le “case infestate” da cui ci tenevamo alla larga rincasando tardi, ricordando le raccomandazioni e le inespresse paure che leggevamo sulle fronti corrugate dei nostri anziani. Oppure le angosce che emergono dalla dimensione onirica (quel mondo oltre il letto, tanto per parafrasare Bierce) che ha arricchito anche la produzione hollywoodiana, ma non nel modo raffinato di questi racconti. Ed ecco la vena estetica di tali narrazioni: il lettore sente che potrebbe averli raccontati lui stesso, e forse l’ha fatto, magari narrando una variabile locale nella stessa occasione della passeggiata estiva o mentre affondava lo sguardo di occhi velati di lacrime che cercano il fondo di un bicchiere di vino rosso, mentre crepita il fuoco di un camino in una sera invernale, stupida e malinconica.

Prof. Guido Iorio