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P come Passione P come Perrotta

P come Passione P come Perrotta

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Sosteneva Frederick E. Crane: “per rendere un uomo felice, riempi le sue mani di lavoro, il suo cuore di affetto, la sua mente con uno scopo, la sua memoria con conoscenze utili, il suo futuro di speranza e il suo stomaco di cibo.”

Non vi è frase più appropriata per descrivere questo libro e a colei cui è dedicato, la storica famiglia Perrotta. L’autrice Carmen D’Andrea ha saputo raccontare con estrema delicatezza, la storia di una generazione che ormai è diventata un tassello essenziale nella città di Eboli. La “sovrana pizza” discussa e amata in tutto il mondo, è l’altra protagonista di questa vicenda; essa ha origini italiane anche se già i Greci, gli Egizi e i Romani cucinavano delle focacce schiacciate che le somigliavano molto (tipo pita) ma è nel 1889 che la pizza da noi conosciuta, la famosa “margherita” fa il suo debutto in società: infatti il cuoco napoletano Raffaele Esposito inventò questo alimento in onore della regina Margherita di Savoia con semplici e pochi ingredienti: pomodoro, mozzarella e basilico. Immaginate l’amore che Esposito mette nel plasmare il suo gioiello culinario e immaginate che questo amore si trasmetta attraverso gli anni, che passi per i vicoli di Napoli, per il mare di Salerno, fino ad arrivare qui ad Eboli, dove i Perrotta lo ha trattenuto fra le braccia della costanza, della pazienza, della sofferenza e del coraggio... eh sì, perché intraprendere un’attività subito dopo la seconda guerra mondiale, è un atto di coraggio mescolato ad un pizzico di sana follia! L’autrice racconta il sacrificio ma anche la generosità che distingue da sempre questa famiglia, la tenacia con cui ha affrontato i giorni gravosi e amari: si basti pensare al periodo storico in cui tutto è iniziato, dove non  esisteva il lusso o la comodità di avere un forno proprio: i Perrotta hanno contribuito a dare una mano alla società non solo nell’aspetto sociale ma soprattutto in quello umano. L’autrice in un passo del libro ha usato parole rilevanti per raccontare un qualcosa a cui oggigiorno non diamo più tanto valore: la cultura del pane. Il pane è un dono. È una grazia. E’ un’arte. Per il pane si sono combattute rivolte, come quella descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi  chiamata “la rivolta delle grucce” o “ tumulto di S. Martino”  (1628). La regina Maria Antonietta è tristemente ricordata per la famosa frase: “se non hanno più pane, che mangino brioche!” che pronunciò ad un popolo stremato dalla carestia.
Il pane dunque è vita e i Perrotta hanno dedicato e stanno dedicando la loro vita alla cultura del cibo. I loro prodotti sono prelibati perché nell’impasto inseriscono un ingrediente particolare: l’amore... e si sa, le cose fatte con amore sono le più belle. Come possiamo non essere felici quando ci sediamo ad un tavolo per mangiare? Il cibo è una fonte essenziale per il nostro organismo ma è anche un piacere che purtroppo, nel corso dei vari anni è andato scemando a causa della frenetica vita di ogni singolo.
Momento toccante descritto con sensibilità dall’autrice è quello riferito ad una delle colonne portanti della pizzeria la dolce Ninetta che,  tornata dalle ferie, si stende nel forno. L’immagine che mi ritorna in mente è di questa signora minuta, segnata dagli anni che si stende nella fornace sorridendo: un viaggio alle origini,nel tepore del grembo materno, dove si assapora la pace. Questo piccolo gesto ci dimostra quanto può essere grande una persona che apparentemente svolge soltanto il suo lavoro. Carmen D’Andrea ci apre la porta a mondi sconosciuti, mostrando l’altro lato della medaglia:sorprende come lei giovanissima, possa avere una capacità di scrittura elegante e scorrevole, senza inutili parafrasi o locuzioni buttate a caso. Ad un certo punto scrive: “e vissero felici e contenti. Ma in che modo vissero felici e contenti? Perché si mostra solo il lato positivo o sdolcinato? Questo dovrebbe essere il lieto fine delle favole: e vissero felici e contenti, insieme nonostante tutto.”
Ed è proprio con il nonostante tutto che queste persone sono andate avanti, nella semplicità e nel rispetto del prossimo. La storia di questa famiglia è la storia di tutti noi: insieme nonostante la guerra, la carestia, le difficoltà economiche, le sventure... perché il tempo passa ma la passione per ciò che si svolge resta e, questo conta. Il titolo (che è anche  il motto della pizzeria)  la dice lunga: P come passione, P come Perrotta e io aggiungerei, col vostro permesso P come pizza, perché quando si parla di serate fra amici, inequivocabilmente si esclama: “andiamo a mangiare la pizza da Perrotta!”
Lettori, intraprendete questo viaggio nelle radici di questa generazione e troverete le vostre: nel grande albero della vita che si dirama fra le vie del mondo, l’autrice ci dimostra quanto è importante il valore della famiglia, dell’unione e quanto è sacro il cibo.
Non vi resta che leggere il libro magari davanti ad una buona pizza, naturalmente quella della pizzeria Perrotta.
Buon appetito e buona cultura.

Giovanna Iammucci