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Lettere di un viaggiatore

Lettere di un viaggiatore

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Prefazione

 

Ilia Chavchavadze[1] è una figura di culto in Georgia, egli appartiene alla schiera dei personaggi illustri che vengono al mondo per volontà della provvidenza a compiere la loro missione epocale. Attraverso la sua attività letteraria e pubblica, egli ha saputo risvegliare la nazione georgiana ispirandole una nuova vita all’insegna della libertà.

Proveniva da una famiglia di militari e lui stesso era dotato di spirito battagliero e di un carattere combattivo. Non sapeva indietreggiare. Ilia Chavchavadze non è nato sotto una stella felice, ma è felice la Georgia ad averlo tra i suoi figli.

Il giorno in cui Ilia nacque, il 27 ottobre 1837, la sua città natale, Kvareli, fu assalita da un’ondata di invasori delle montagne nordcaucasiche. Mentre al primo piano della torre ancestrale nasceva un fanciullo, al pianterreno i Chavchavdze preparavano le munizioni per la resistenza. Nacque sotto una pioggia di proiettili e morì il 30 agosto 1907, colpito al cuore da un proiettile sparato da un georgiano nei pressi di Tbilisi. Fu un assassinio politico commissionato da membri georgiani del partito socialdemocratico della Russia.

La sua vita e il suo lavoro furono interamente dediti alla patria. “Patria, lingua, religione” – questo era il suo motto e il suo undicesimo comandamento.

 

Attuò la riforma della lingua letteraria georgiana, respingendone lo stile antiquato e stabilendo nuove norme, rendendo la lingua della scrittura più accessibile, libera, duttile e adeguata ai contenuti della nuova epoca. Portò dunque la letteratura georgiana a una nuova altezza, conferendole grande risonanza pubblica e nazionale e avvicinandola alla letteratura europea.

L’Europa, e l’Occidente in generale, costituivano per lui un tema di particolare interesse, nella convinzione che per la Georgia essi potessero fungere da fonte di ispirazione nella lotta per la libertà e per lo sviluppo futuro.

Ilia Chavchavadze seguì con vibrante attenzione il Movimento di liberazione nazionale italiano. Quando Giuseppe Garibaldi diede il via alla rivolta, Ilia ebbe intenzione di recarsi in Italia come volontario, ma non poté realizzare questo suo desiderio. Scrisse in seguito: “Oggi l’Italia è unita ed è uno Stato abbastanza grande […] Due sono gli uomini che hanno realizzato questa unificazione: Camillo Cavour e Giuseppe Garibaldi. Il primo rappresentava l’intelligenza, il secondo la spada d’Italia”.

In una poesia dedicata a Giuseppe Garibaldi, Ilia Chavchavadze sogna di avvertire la medesima voce di lotta di liberazione anche in Georgia, intuendo però, nello stesso tempo, che questo sogno romantico non si sarebbe potuto realizzare, mancando i georgiani di forza sufficiente e di unità. Decise quindi di iniziare la lotta risvegliando la coscienza nazionale e rinsaldando la società. Un compito niente affatto facile, ma egli sapeva come muoversi su strade irte di difficoltà.

La sua apparizione nell’arena pubblica, come ci si poteva aspettare, causò scompiglio e risonanza: fu insultato, minacciato, perseguitato, dileggiato; ne disonorarono il nome; ma seppe resistere. Il suo parere giusto, diretto e privo di compromessi toccava tutte le sfere della vita e riuscì a poco a poco a destare la società.

Nel 1863 fondò la rivista Sakartvelos Moambe [Messaggero della Georgia], che divenne la voce del Movimento di liberazione nazionale. Nel 1875 fu eletto presidente della Banca di credito fondiario, e sotto la sua direzione questo istituto divenne una fonte di rinascita della cultura georgiana. Nel 1877 fondò il giornale Iveria, che segnò un’intera epoca della storia georgiana. Fu presidente della Società di alfabetizzazione, che pure ebbe un ruolo centrale nell’innalzamento del livello intellettuale della popolazione.

Naturalmente, Ilia Chavchavadze non fu solo in questa lotta. Lo appoggiarono scrittori e personaggi pubblici quali Akaki Tsereteli, famoso poeta, Iakob Gogebashvili, grande maestro e pedagogo, Niko Nikoladze, illustre giornalista attivo in Europa, e altri. Costoro furono designati come samotsianelebi (gli intellettuali degli anni Sessanta) e tergdaleulebi (i georgiani che hanno bevuto l’acqua del fiume Terghi) poiché apparsi appunto sulla scena pubblica negli anni sessanta dell’Ottocento e istruiti di là dal Terghi, cioè nella lontana San Pietroburgo.

Ilia Chavchavadze, accanto alla letteratura, si occupò assiduamente di numerose attività di pubblica importanza: fu redattore, banchiere, giurista, economista, storico e, naturalmente, uomo politico (tra l’altro membro del Consiglio statale russo, la Duma). Prese parte attiva a tutte le questioni relative al presente e al futuro della Georgia trattando nei suoi scritti questioni di vita pubblica e di cultura, e ampio spazio vi ebbero tematiche quali la finanza e l’industria, l’agricoltura e la viticoltura, l’allevamento e l’ammendamento - cioè il miglioramento della resa delle colture -, la giurisprudenza e la politica, la storia e la filosofia.  Tale è la vastità della saggistica di Chavchavadze. E non sorprende che ben sedici dei venti volumi che ne compongono l’opera omnia siano dedicati ai saggi.

Alla penna di Ilia Chavchavadze sono da ascrivere non pochi capolavori letterari. Tra questi, il racconto Lettere di un viaggiatore, la cui stesura è essa stessa una vicenda. Quest’opera fu praticamente dettata all’autore dalle circostanze storiche: in altre parole, la situazione era all’epoca tale da suggerirgli esplicitamente il tema.

Nel 1861 Ilia Chavchavadze stava ultimando il quarto anno di studi all’ Università di San Pietroburgo, e in autunno avrebbe iniziato il quinto e ultimo del corso di laurea. Pur non avendo alcuna intenzione di tornare a casa, i gravi avvenimenti che si verificarono quell’anno nella capitale dell’Impero russo non permisero né a lui né agli altri studenti di terminare la propria formazione.

 

All’inizio di quell’anno, lo zar Alessandro II aveva proclamato l’abolizione della servitù, alleviando in tal modo la crisi pubblica ma aggravando per contro la situazione politica. Fomentate dal Centro democratico rivoluzionario di N. Chernyshevsky e di N. Dobrolyubov, si ebbero manifestazioni di massa, scontri e sommosse. L’impero iniziò a vacillare.

Il governo dello zar irrigidì estremamente il regime: vi furono arresti, processi e divieti. Le istituzioni statali e dell’istruzione – tra cui anche l’Università di San Pietroburgo - furono tutte chiuse a tempo indeterminato. Costretto dagli eventi a rientrare in patria, Ilia Chavchavadze ottenne comunque un attestato di studi universitari che gli consentirà, tempo dopo, di intraprendere l’attività di giudice.

Lunga è la distanza che separa San Pietroburgo da Tbilisi, e Chavchavadze ebbe tutto il tempo di riflettere. Analizzando la situazione dell’impero, sull’orlo del collasso, egli si rese ben conto che, qualora i georgiani non si fossero risvegliati, sarebbero rimasti intrappolati tra le rovine dell’impero stesso e avrebbero mancato irrimediabilmente l’occasione di riconquistare l’indipendenza statale.

La Georgia aveva perso l’indipendenza statale trentasei anni prima della nascita di Ilia Chavchavadze. Il 18 gennaio del 1801, l’imperatore Paolo I aveva firmato il Manifesto in virtù del quale la Georgia veniva annessa dalla Russia. Furono aboliti il trono reale della Georgia e l’autocefalia della Chiesa ortodossa georgiana, che fu forzatamente inglobata alla Chiesa russa.

 

Più volte, soprattutto all’inizio, il popolo georgiano provò a liberarsi dal dominio russo; ma queste rivolte si conclusero sempre con disfatte. Nel 1832 l’aristocrazia georgiana ordì un complotto per scacciare gli invasori e introdurre una monarchia costituzionale; ma anch’essa fu sconfitta, e i congiurati vennero arrestati e deportati in remote province russe dalle quali molti non fecero più ritorno. 

Consolidando il proprio dominio coloniale il regime si irrigidì ulteriormente, al punto da arrivare persino a vietare la sola menzione della parola “Georgia”.  Il paese venne diviso in unità amministrative: il Governatorato di Tbilisi (Georgia orientale) e il Governatorato di Kutaisi (Georgia occidentale).

 Viaggiando dal nord al sud, il giovane Ilia Chavchavadze portava con sé il sapere e l’esperienza maturati all’università, e sentì l’urgenza di riflettere su come la Georgia avrebbe potuto salvarsi se l’Impero russo fosse davvero crollato, dal momento che il suo popolo “assopito” e semi-russificato non sapeva attribuire il minimo significato agli avvenimenti né ricordava d’aver avuto una patria una volta indipendente.

Egli decise quindi di rimettere mano al Movimento di liberazione nazionale, che era stato stroncato nel 1832. Ma per ridargli vita, occorreva stendere un programma; e qualora l’autore avesse voluto pubblicare esplicitamente un piano d’azione nei suoi vari punti, sarebbe stato inevitabilmente arrestato e il regime si sarebbe ulteriormente inasprito. Proprio per questo motivo egli decise di comporre un’opera letteraria, la narrazione di un viaggio attraverso la quale avrebbe alluso velatamente, fra le righe, a quanto reputava necessario fare.

Il capitolo primo esprime un’aspra critica dell’Impero russo, ma in modo appunto allegorico, con allusioni sottili ed eloquenti. Lo yamshchik [il carrettiere] e la povoska [la carrozza] tratteggiano l’impero arretrato, impoverito e mancante di prospettive. Lo yamshchik, il carrettiere, ritratto dai pittori russi spesso in modo idealizzato, è in realtà un personaggio degradato e infernale, che non conduce la carrozza verso alcun Eldorado. Vale a dire: tutto pare in ordine nell’impero dal punto di vista ideologico, ma in realtà il paese è sull’orlo della catastrofe.

L’arguto e spiritoso francese rappresenta invece lo sguardo dell’Europa, attraverso il quale si rende evidente il contrasto tra l’Occidente evoluto e la Russia arretrata: “Con questa carrozza viaggia tutta la Russia? È proprio per questo che è andata così lontano!”.  Ilia Chavchavadze invita a leggere nella battuta ironica del francese non solo la constatazione dei fatti, ma anche la sua conclusione, secondo cui la povoska, ossia l’impero russo, allontanandosi molto dall’Europa, non è in realtà diretta da nessuna parte.

Il capitolo secondo indica esplicitamente i presupposti psicologici e intellettuali sui quali si dovrebbe basare il Movimento nazionale: in primo luogo la fermezza di carattere, poi la forza d’azione, e da ultimo la prontezza mentale.

I georgiani che si erano recati a studiare in Russia attraversando il fiume Terghi, cioè che avevano bevuto dalle sue acque, erano visti con sospetto in patria. Si considerava che le loro idee liberali assimilate all’estero avrebbero fatto dimenticare l’educazione conservatrice ricevuta in casa.

La metafora del fiume Terghi è significativa: stretto tra le montagne della Georgia, esso si scontra con ruggito poderoso con le rive e distrugge tutto, mentre appena s’insinua nella pianura russa, si fa mite e diventa muto, “come se fosse stato castigato a colpi di verga o insignito di un’importante onorificenza”. Non a caso, le onorificenze, le cariche e i titoli si rivelarono essere il tallone d’Achille dei georgiani: la maggior parte dei funzionari statali si distaccava presto dalle proprie radici nazionali, imboccando la strada della russificazione.

Ilia Chavchavadze rievoca naturalmente i quattro anni di studi trascorsi in Russia e ricorda al lettore, con cauti accenni, come i georgiani che frequentarono le università russe tendessero talvolta ad assumere posizioni politiche anti-georgiane e come fosse necessario confrontarsi seriamente con questo fenomeno, trovando una spiegazione e una soluzione.

Il capitolo terzo è ricco di toni ironici e parodistici. Il sottotenente N. rappresenta il preteso volto “intellettuale” dell’impero. Egli guarda dall’alto i georgiani e le altre nazioni con uno sguardo di superiorità: misura il grado di civiltà a seconda della quantità di generali; considera il giardino d’Isler di San Pietroburgo un esempio unico di cultura, vede negli ufficiali e nei funzionari una fonte di istruzione. Le “capacità intellettuali” del personaggio vengono, nella loro futilità, esemplificate dalla sua “scoperta” di un piano di sviluppo economico: il commercio delle mosche, il commercio di un’inezia. Tuttavia, la questione principale che emerge in questo capitolo è una domanda che l’autore pone a se stesso: “Che cosa faresti se la patria ti chiedesse di agire?

Il capitolo quarto, dedicato all’antinomia movimento-immobilità, dimostra in modo succinto la preminenza dell’azione sulla staticità. Il ghiacciaio simboleggia l’immobilità, mentre il fiume Terghi rappresenta il movimento. Il ghiacciaio viene associato alla visione di Goethe, mentre il Terghi all’interpretazione di Byron. Nonostante il suo profondo rispetto per il grande Goethe, Ilia Chavchavadze mostra di preferire l’indocilità e la vitalità di Byron. Il movimento non ha alternative. Il sottinteso è chiaro: dobbiamo muoverci per salvare il paese. L’inerzia ci farà invece precipitare nella palude.

Il motivo dell’antinomia movimento-immobilità viene sviluppato, nel capitolo quinto, col confronto fra il giorno e la notte. La notte è il regno delle illusioni e del sonno, degli errori e della malvagità, mentre il giorno è la premessa per la lotta e il perseguimento della letizia. Significativa, anche rispetto al senso complessivo dell’opera, questa frase allusiva dell’autore: “Il cuore mi fa un balzo e il braccio trema. Perché? Lasciamo che il tempo dia la risposta a questa domanda”.

I capitoli sei e sette sono dedicati alla conversazione con il montanaro di Khevi, Lelt Ghunia, che lo guida. Costui è un uomo semplice. Monta tranquillamente il suo cavallo, fuma la pipa e racconta, racconta... Notiamo come egli sappia distinguere il bene dal male, e anche intendere gli alti e i bassi della vita, come senta nel profondo il corso del tempo, la dialettica dell’esistenza. Vi è qualcosa di molto ovvio ma anche di misterioso in lui, di reale e nel contempo di irreale. In un passo, egli mette direttamente a confronto il passato e il presente, il periodo della libertà e quello della dominazione russa, mostrando ovviamente di preferire il passato, il tempo della libertà.

Perché?” –  gli chiede Ilia Chavchavadze.

Ai vecchi tempi, bene o male, appartenevamo a noi stessi, per questo si stava meglio” – risponde Lelt Ghunia.

Appartenevamo a noi stessi!” – ­questo è il motivo conduttore dell’ottavo e conclusivo capitolo, che rappresenta la quintessenza dell’intero racconto. Non è casuale che Ilia Chavchavadze lasci esprimere l’idea della libertà ad un rappresentante della gente comune, a un esponente della moltitudine, della massa. L’autore suggerisce al lettore che si tratta di un’idea collettiva, condivisa e unificante.

Per Ilia Chavchavadze la perdita dell’indipendenza nazionale rappresenta un dolore implacabile, un sentimento represso, un argomento di cui non si può parlare a voce alta, ma su cui si deve sempre riflettere per trovare la risposta alla domanda: “Fino a quando? Fino a quando? Fino a quando?...”

La Georgia riconquistò la propria sovranità nazionale nel 1918, undici anni dopo l’assassinio di Ilia Chavchavadze. La Repubblica Democratica della Georgia resistette tre anni. Nel 1921 venne occupata dalla Russia bolscevica.

A seguito del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Georgia riconquistò l’indipendenza statale; tuttavia, la sua integrità territoriale non è stata ancora ricostituita, poiché un quinto del paese è tuttora occupato dalla Federazione Russa.

 

La domanda di Ilia Chavchavadze, posta 160 anni fa, è quindi attuale ancor oggi: Fino a quando?”. Ma, a dir la verità, non vi è nulla di particolare in questo. Non importano gli anni, il tempo, i secoli.

 

 

 

 

 

La domanda “Fino a quando?” è sempre stata ben presente ai georgiani. E lo è tuttora. Questo siamo noi, il nostro destino, il nostro carattere; questa è la nostra storia e questa è la dialettica della nostra storia, che si è riflessa nel modo più intenso, tragico e trasparente nella vita e nell’opera di Ilia Chavchavadze.

 

  Ivane Amirkhanashvili

 

[1] Čavčavaʒe secondo la traslitterazione scientifica (da pronunciare come ‘Ciavciavadze’). Per la traslitterazione dei nomi propri georgiani è stata adottata la grafia inglese, mentre i nomi geografici georgiani sono stati trascritti secondo la pronuncia italiana.

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