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Quel materassino col fil di ferro

Quel materassino col fil di ferro

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Nell’incedere del tempo, ai ricordi più intensi capita di essere sepolti dalla valanga della quotidianità. Una miriade di distrazioni, determinanti nell’immediatezza e presto trascurabili, può nascondere all’occhio della mente quanto di più importante un uomo e una donna abbiano vissuto. E chi viene dopo, a maggior ragione, è agevolato nel dimenticare.

Questo libro, ho pensato nel chiuderlo, è la dimostrazione che la vita non basta. Temo che sia inutile illudersi. Un amore non si spinge mai oltre il secolo umano. Quando chi ama muore, di quell’amore non restano tracce. Ma è qui che la scrittura giunge con un rimedio di rara efficacia. Trasforma in caratteri d’inchiostro sentimenti eterei che la morte deterge. Restituisce a chi non c’era, o non può ricordare, l’occasione di sapere e di condividere un sentimento che soltanto in pochi, e per poco tempo, hanno potuto descrivere. E che due al massimo riescono a custodire. Se, perciò, l’amore consente a chi ama di scavalcare il perimetro del proprio corpo e di sperimentare l’onnipresenza, l’essere qui e altrove, l’osservare dai propri occhi e dagli occhi di chi si ama, in una moltiplicazione dei punti di vista che sfida lo spazio umano, solo la letteratura può ingannare la severità del tempo e conquistare per quell’amore, infinito nella sua mortalità, una longevità sovrumana.

Leggendo queste pagine, ho ricordato ancora una volta cosa significhi essere, in uno o in due, una persona sola. Cosa significhi osservare da due punti di vista gli stessi eventi e trarne una sintesi universale in cui l’io e l’altro si sovrappongono fino a determinare una realtà nuova, dove la diversità è uguaglianza, dove le stonature sono la strada per l’unisono. Mi sono immedesimato nell’infanzia e nell’adolescenza dei due protagonisti, ho sentito il peso delle convenzioni sociali che un lettore di un’altra generazione può capire e mai comprendere appieno, ho vissuto un tempo che i libri di storia descrivono ma che solo il racconto di un amore può riempire di un significato su cui non si posi la polvere della noia. 

Quell’innamoramento nutrito dalla mancanza, il coronamento del sogno, i dolori e le gioie, le attese e le assenze, la quotidianità che scolora il sentimento ma non i margini della sua figura, la malattia e la cura, l’oltre. 

Tra queste pagine risuona la protesta di chi ha provato l’amore e teme che la sua forza incommensurabile possa rimanere un’esperienza mortale. Se è vero che chiunque si presti alla scrittura avverte l’urgenza che la vita non sia abbastanza, è altrettanto vero che l’oggetto di questo racconto conferma che, qualunque realtà attenda l’uomo oltre la morte, fosse anche il nulla, non c’è riscatto più appagante del dire «ho amato». Solamente in questo, anche quando il buio si addensa, la vita manifesta appieno il proprio significato.

Gerardo Masuccio

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