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Auletta nella Bassa Valle del Tanagro. Lineamenti storici

Auletta nella Bassa Valle del Tanagro. Lineamenti storici

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La prima impressione sul volume su Auletta di Luigi Langone è che fosse una ricerca di storia locale, che tutto al più facesse il punto sulle conoscenze locali della Valle del Tanagro. Invece mi sono trovato di fronte un libro che sembra frutto di quella tarda tradizione positivistica di professionisti (medici, segretari comunali, notai) votati alla storia. Una tradizione che valorizzava, nelle proprie opere, tre punti: lo studio del luogo natio partendo da particolari conoscenze della realtà sociale e del territorio; l’analisi, con una profonda cognizione filologica, di tutta una serie di fonti (da reperti archeologici a fonti politico-istituzionali e religiose); la traccia di un profilo della realtà studiata nel lungo periodo partendo dalle emergenze preistoriche e sfociando nella realtà contemporanea. In particolare penso a due importanti ed illustri opere: la storia di Nocera di Orlando e la storia di Campagna di Rivelli: due autori, medico il primo e segretario comunale il secondo, che erano diventati storici per passione.

I primi aspetti che vanno individuati in un volume di cui ci si appresta a scrivere l’introduzione sono: il laboratorio e gli attrezzi da lavoro utilizzati: vale a dire i problemi scientifici posti alla base della ricerca; le ipotesi di partenza ed il commento dei risultati ottenuti; l’architettura del volume; le fonti utilizzate e l’acribia dimostrata nella loro utilizzazione; la letteratura di riferimento ed il metodo di comparazione e contestualizzazione.

La ricerca parte da problemi che rimandano alla contemporaneità della storia: il contributo di un intellettuale alla conoscenza della propria terra. Lo studio di una comunità e del suo territorio nel lungo periodo con un occhio attento a cogliere i momenti civici rilevanti che portano all’identità urbana; le tracce archeologiche del periodo preistorico e poi bizantino e longobardo, che sfociano nella formazione del centro; i lasciti basiliani; la feudalizzazione normanna; il lungo Medioevo con l’avvicendarsi di Svevi, Angioini ed Aragonesi; il tragico periodo della decadenza spagnola e del Viceregno Austriaco; la rinascita subentrata con Carlo di Borbone; il lento divorzio fra intellettuali e dinastia borbonica della prima metà dell’Ottocento; l’Unità d’Italia ed il brigantaggio postunitario.

Al centro della costruzione dell’architettura del volume vi è, per grandi periodizzazioni storiche, Auletta ed il suo territorio, i baroni, i sindaci, gli esponenti delle famiglie dell’élite locale; la celebrazione, nella fattispecie, di personaggi illustri come Guglielmo Cappelli, Giovanbattista dell’Auletta, Carlo Rota, Vittorio Muccioli, padre Arcangelo dell’Auletta.

L’architettura del volume è stata costruita su una consistente mole documentaria nella quale l’autore dimostra una rilevante padronanza delle fonti.

Si parte dai reperti archeologici della Bassa Valle del Tanagro e sulla centralità della grotta dell’Angelo di Pertosa-Auletta individuata come abitazione dei primi abitatori della Preistoria; popolazioni dedite soprattutto alle pratiche della caccia e della pastorizia. Poi, i primi insediamenti Villanoviani ed in seguito gli spostamenti nell’area degli Enotri, dei Lucani e dei Greci. Infine, la seconda guerra punica e la definitiva romanizzazione del territorio. Per tale studio l’autore si serve oltre che dei reperti archeologici, dell’autorità di Plinio e Strabone che descrivono quell’habitat all’epoca del conflitto tra lucani e romani.

Dopo le guerre sociali e l’Impero il territorio di Auletta si caratterizza per la presenza di fattorie agricole fortificate. Lo dimostrano le fonti utilizzate dall’autore per ricostruire il periodo medievale. Sono importanti in tal senso soprattutto le pergamene bilingue del Syllabus Graecorum Membranarum; gli atti del Codice diplomatico cavense; il Catalogo dei baroni del periodo normanno; le Collette angioine; le Numerazioni focatiche aragonesi.

I documenti bilingue del Syllabus, pubblicati dal Trinchera, raccolgono 370 pergamene redatte tra l’885 ed il 1331, di cui ben 28 concernono contratti relativi al territorio di Auletta. Sono atti redatti soprattutto per donazioni ad alcuni monasteri di Pertosa e di Auletta.

Attraverso questi documenti e mediante gli atti delle fonti cavensi l’autore ricostruisce le funzioni del centro e fornisce anche una tesi suggestiva sull’origine del suo nome, che non è originato dalla produzione di olio dell’area - una coltura, quella dell’ulivo, che subentra nel territorio in età molto tarda - ma discende da Aulidion: piccolo recinto, piazzale, muro di cinta, ad indicare l’originaria utilizzazione del territorio a salmeria fortificata nel periodo della guerra greco-gotica.

Quindi, vi sarebbe stato, secondo l’autore, il trasferimento di diversi nuclei di popolazione sparsa sulla collina fortificata in età longobarda  dove sorgerà il villaggio di Olida. 

Da questo momento in poi frequente nei documenti medievali è la citazione del centro di Auletta, soprattutto in molti atti del regio fisco e feudali. Siamo all’epoca in cui il centro passa dai primi baroni normanni a Galvano Lancia, poi a Roberto di Bethume, a Raimondo Berengario, fino ad essere trasferito in pianta stabile alla famiglia Gesualdo.

Nelle Collette angioine, e nelle Numerazioni focatiche aragonesi e spagnole emerge la presenza di un centro di piccole dimensioni che fa parte di un istituto feudale più grande, quale il Principato di Venosa.

Importanti soprattutto sono le fonti utilizzate dall’autore per il periodo compreso tra Settecento ed Unità d’Italia: incartamenti provenienti dall’Archivio di Stato di Napoli, dall’Intendenza di Principato Citra, dalla Gran Corte Criminale, da documentazioni di enti religiosi.

Due i punti di particolare rilievo che emergono dalla ricerca: la genesi di quello che è stato definito dalla storiografia come lo stato feudale-territoriale dei Gesualdo di Venosa; l’inquadramento del brigantaggio post-unitario.

Auletta fa parte, in merito al primo punto, dello stato di Venosa: uno dei più antichi del Regno, in mano ai Gesualdo dal 1313 al 1622. Dello stato fanno parte due città, Venosa e Conza, una serie consistente di centri collocati in Principato Ultra. Invece il Principato Citra annovera , oltre Auletta, Caposele, Contursi, Palomonte e Caggiano. Si tratta di un istituto che raggruppa diversi centri organizzati gerarchicamente intorno ad una «terra» o a una piccola città (definita anche come «città di casali»): una tipologia amministrativa prevalente, nata dall’evoluzione del processo di territorializzazione degli istituti feudali, che si impone nel Regno di Napoli nell’età moderna. Quest’ultima tipologia giuridico-amministrativa rimanda all’evoluzione che l’istituto del feudo subisce nell’età moderna. Qui incide, in primo luogo, l’ampliamento delle giurisdizioni attribuite al baronaggio. Il mero e misto imperio, generalizzato da Alfonso d’Aragona a tutti i baroni del Regno, è integrato nel secondo decennio del Cinquecento con la concessione delle seconde cause (spesso con l’attribuzione delle lettere arbitrarie). Il feudo si trasforma da ius in re in ius propter rem. Così, le iurisdictiones, le primae et secundae causae, il merum et mixtum imperium, il bancum justiciae non sono concesse nell’interesse dei baroni ma «piuttosto a vantaggio generale dell’ordinamento e della sua stabilità (status) ovverosia in assoluta identificazione secondo la pubblicistica dell’epoca, a pro degli interessi specifici della Corona». Così il barone viene a contraddistinguersi come iudex ordinarius loci – in base alla netta distinzione tra titolarità ed esercizio dei poteri giurisdizionali – e diventa un ufficiale regio.

In secondo luogo, Carlo V persegue da una parte una politica di conservazione della struttura verticistica dei feudi, ora nelle mani di un numero ristretto e fidato di grandi baroni dopo le vicende del Lautrec; dall’altra cerca di riempire le casse della monarchia con i beni dei baroni ribelli.

In terzo luogo, si procede ad una ristrutturazione giurisdizionale ed amministrativa interna dei feudi, attraverso i privilegi di riconferma (confirmatio) o mediante nuove investiture (concessio), che permettono una ricompattazione dell’equilibrio giurisdizionale ed amministrativo interno dei vecchi e dei nuovi feudi.

In quarto luogo, tale ristrutturazione giurisdizionale determina anche una razionalizzazione amministrativa. Cernigliaro individua l’inizio di questa tendenza a partire dagli anni Trenta del Cinquecento, quando nei privilegi di investitura comincia a comparire il termine «Status», che richiama una nuova unitarietà dei complessi feudali.

In questa nuova sistemazione della materia feudale si utilizza la formula «uniendi, aggregandi et in unum corpus individuam reducendi».

 Così anche lo stato di Venosa (con il casale di Auletta) subisce delle ristrutturazioni interne negli anni Venti del Cinquecento ed entra nell’orbita economica ed amministrativa delle terre del Principato Ultra.

In seguito, negli anni Venti del Seicento, si giunge alla crisi dei baroni locali. Gli ultimi eredi di Carlo ed Emanuele Gesualdo non riescono ad assicurare la successione maschile dei propri Stati feudali. In tal modo nel 1613, quando l’erede del patrimonio dei principi di Venosa diventa Isabella Gesualdo, gli Asburgo mostrano un particolare interesse per la signoria feudale. Vi è un doppio intervento sia della fazione madrilena dell’Olivares, sia dello stesso pontefice che premono affinché la Gesualdo sposi Nicolò Ludovisi (1622). Dopo la morte di Isabella Gesualdo, che lascia la sola figlia Eleonora, l’eredità è contesa tra quest’ultima, la zia Isabella ed il fisco regio, che rivendica la devoluzione in demanio della vasta signoria feudale. I Ludovisi riescono ad averla vinta, ereditando i beni dei Gesualdo, come tutori della piccola Lavinia Gesualdo. Morta quest’ultima, nel 1634, Niccolò Ludovisi deve però versare una grossa somma al fisco (450.000 ducati).

Deceduto anche Nicolò Ludovisi, nel 1664, lo Stato feudale, erede, procede all’alienazione di molti feudi a diversi baroni. Pertanto, a partire dalla metà degli anni Sessanta del Seicento, i casali dello Stato, compreso Auletta, sono smembrati e venduti a pezzi.

Il secondo punto degno di novità è l’inquadramento della rivolta filoborbonica di Auletta all’interno degli eventi del brigantaggio postunitario. Va notato in primo luogo la presa di distanza dell’autore da qualsiasi tipo di apologia filoborbonica. Anzi, nei capitoli finali sono state utilizzate un numero consistente di fonti di diversa estrazione, che non si sono limitate al processo celebrato ai rei del comune dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra.

La popolazione del centro, dopo aver partecipato, con l’attivismo delle famiglie di diversi patrioti, all’Unificazione nazionale è coinvolta in una importante insurrezione reazionaria. Dalla repressione armata dell’esercito italiano vengono passati per le armi 26 abitanti del casale su circa 50 morti fra gli insorgenti filoborbonici.

L’autore, nelle conclusioni, è molto cauto nell’individuare i fautori materiali della rivolta. Ad essa partecipano esponenti reazionari del clero, famiglie dell’élite rimaste fedeli ai Borbone, ma non mancano altre adesioni di gruppi legati al brigantaggio comune.

Importante anche la segnalazione delle conclusioni cui giungono i giudici del processo, un filo rosso che lega l’insurrezione di Auletta alla reazione politica filoborbonica.

In tale contesto sono importanti due fattori: la tenuta delle fila degli insorgenti filoborbonici locali con Filippo Ferri, figlio dell’ex ministro delle finanze borbonico Ferdinando Ferri. Filippo possiede beni nel casale ed esercita dei rapporti di patronage con famiglie locali. Soprattutto è questi che fa da tramite tra il comitato filoborbonico di Portici, le famiglie con simpatie per il vecchio regime di Auletta o dei paesi contermini, la Corte di Roma. Recenti studi, infatti, attribuiscono importanza all’inquadramento del brigantaggio postunitario ai circoli legittimisti europei spagnoli, austriaci e romani.

Le insorgenze, per passare al secondo punto, sarebbero state pilotate attraverso la complicità di molti vescovi e sacerdoti filoborbonici, dalle cellule legittimiste romane e spagnole. A tali cellule sarebbero stati legati Crocco e Ninco Nanco ed anche diverse famiglie di Auletta che da sempre sono proiettate verso una direttrice economica che li lega alle aree pastorali interne dell’Irpinia.

 

                                    Giuseppe Cirillo

Docente presso la II Università degli Studi di Napoli

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