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Alba, la maestra del cappellino

Alba, la maestra del cappellino

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Nel corso degli ultimi anni è aumentato il numero dei casi di tumore alla mammella. La malattia colpisce con maggior frequenza anche le giovani, un tempo quasi completamente immuni. La diagnosi precoce rimane ancora oggi l’arma più efficace nei confronti di questa temibile malattia. Le donne sono diventate più consapevoli e più attente alle modificazioni del proprio corpo.

L’Europa ha superato i 500 milioni di abitanti, di cui oltre la metà sono donne e una su dieci sarà colpita da patologia tumorale al seno. Ciò rappresenta una vera priorità della sanità pubblica. E’ un diritto essenziale delle pazienti ricevere i migliori trattamenti.

In Italia registriamo quasi 100 nuovi casi il giorno; se la malattia è identificata all’inizio (I stadio) la sopravvivenza a cinque anni, nelle donne trattate, è del 98%.

 Come già da più parti auspicato, occorre, pertanto: supportare la ricerca, migliorare la qualità ed il numero degli screening, rivedere il sistema di stadi azione della malattia, definire ancor più le linee guida, incrementare il numero degli operatori non-medici, quali infermieri e socio-sanitari, che si occupano di assistenza alle pazienti, espandere il processo di accreditamento delle Unità di Senologia (Breast Unit), integrare il ruolo delle Associazioni non-profit nel sostenere anche la ricerca.

Il viaggio clinico che ha inizio con la scoperta di una grave malattia della mammella, genera in ogni paziente corsa di squilibrio e scompenso dal punto di vista della psicologia. La persona colpita, organizza metodi di conoscenza in rapporto alla malattia variando di continuo tra vissuto emotivo, percezione di sé come donna e come paziente dentro il suo sistema relazionale. Ogni donna accoglie la propria malattia dando ad essa un significato soggettivo: di disperazione, di fallimento, di sconfitta e di perdita.

Appare di fondamentale importanza costruire tra medico e paziente un progetto di cura.

Il trascorso della paziente tra la malattia vista in prospettiva tra l’oggi e quello che potrà accadere, racchiude varie modifiche: ecco l’utilità della psicoterapia che, associata alle cure, può offrire alla paziente l’occasione di esplorare la propria esistenza di “donna malata” che, in gran parte manifesta paura, angoscia e impotenza verso questa patologia.

Varie sono le attese e le immagini che la donna-malata escogita, relative anche al corpo che cambia. Si produce una ri-definizione dell’immaginazione tra presente e futuro, tanto che l’ammalata si chiede: “Chi sarò, come sarà il mio corpo“, che tante volte comporta la paura del rifiuto da parte degli altri, di non essere accettata.

Evidenziare il problema dell’identità corporea con l’obiettivo di stimolare i medici e gli altri operatori sanitari a non sottintendere sulle difficoltà del percorso terapeutico e di alleggerire le donne, sane e ammalate, dal fisiologico timore verso la patologia del seno. Proprio per questo è necessario che la paziente conservi integro il suo spazio di donna, in ogni ruolo, pur con alcune modificazioni, con la possibilità di ri-organizzare i suoi tempi, includendo il dramma della malattia, nel suo percorso di vita vissuta.

Pur tuttavia, una diagnosi di tumore porta con sé cambiamenti drastici, e tanti stress.

Inoltre, confrontando le tante pubblicazioni scientifiche sulle storie clinico/terapeutiche, è risultato che le donne con un passato di depressione avevano avuto un percorso più dentellato, con cure meno risolutive ed efficaci.

Pertanto, quando la malattia viene controllata con le terapie, necessita un atteggiamento psicologico ottimistico della donna malata, quale rimedio contro l'ansia; infatti, l’ottimismo della paziente può migliorare la anche la risposta del suo organismo alle cure farmacologiche.

L'onda emotiva che colpisce una persona diventata “oncologica" si definisce disturbo dell’adattamento che prende il soggetto quando deve affrontare fattori di stress molto intensi.

Il testo di Paola Mannetta si aggiunge ad una serie di opere uscite con una coincidenza che deve essere necessariamente dovuta alla definizione di una tendenza: hanno cominciato in tanti a raccontare l’esperienza della malattia cancerosa. Senza remore, con lucidità, coraggio ed ironia, rompendo la cortina del silenzi: Cristina Piga, Miriam Engelberg, Corrado Sannucci, Melania Rizzoli, Fabio Salvatore, la giovane olandese Sophie Van Der Stap, non ultima Roberta Liguori.

Che cosa hanno in comune queste storie, oltre al dato autobiografico legato alla malattia? E’ un’attenzione che non riguarda la sofferenza come spettacolo, ne’ il protagonismo o l’esibizionismo, ne’ la morbosità. Trattasi piuttosto di una nuova presa di coscienza. Se raccontare di tumori, non fa’ più tanta paura, significa che qualcosa è mutato. Non soltanto per le possibilità di guarigione, ma perché si è indebolita quella potenza metaforica della malattia stessa, già evidente in altri Autori con tipologie di romanzo diverse. Queste testimonianze hanno il merito di portare alla luce il lato oscuro della vita, di dargli dignità rivelandolo a tutti, come un momento festoso.

Nel libro è l’Autrice che si racconta nel calvario e nella rinascita (e narra la storia di un cammino tra alti e bassi con gradevole abilità, nonostante la sua prima esperienza letteraria ufficiale), che materializza i propri sentimenti, sprigionando energia propria e contagia il lettore con la sua vita e il desiderio di rivincita.

Una commovente testimonianza di vita palpitante di stati d’animo oscillanti tra lo sconforto e la forza di reagire, il buio e la luce. Una donna operata al seno che ha deciso di confrontarsi con se stessa scrivendo la propria esperienza sulla malattia e volendo trasmettere un messaggio di speranza.

Alba, la Maestra del cappellino: nel diario, la protagonista, racconta di chirurgia, chemioterapia, controlli tac, nausea, flebo etc. Con sua testa calva è stato il confronto più duro: senza capelli, Alba, si sentiva persa, poi la svolta. I cappelli l’aiutavano a nasconderla a sé e agli altri, specie i figli e i suoi scolari; quando li indossava, si sentiva di nuovo una giovane ragazza.

La signora indossa la bombetta, cupola rotonda, falda piccola, feltro colorato: ad Alba piace il rosso.

Il farmaco che entra nel suo metabolismo e sprofonda nella sua coscienza si arricchisce di buoni sentimenti.

Alba vuole combattere, e vuole aghi nelle vene appena possibile, vuole essere infusa con sostanze chimiche e strumenti nelle dosi più potenti, con le ferite più profonde che le analisi richiedono. Vuole essere nutrita dalle più devastanti molecole della scienza abbia inventato. Lei vuole dentro di sé queste sostanze, ha fiducia nella scienza, questa battaglia deve vincerla.

Alba chiama la medicina “bitter rosso”, desidera la flebo rossa.

Nel racconto c’è molta psicologia, intimismo, e sbalordisce la capacità dell’Autrice che, pur piena di fede, attinge alla filosofia e che propone un piccolo manuale di autoterapia.

Di fronte ai cambiamenti che si affacciano con forza all’orizzonte, Alba diventa una donna diversa.

Tuttavia nel libro c’è pure tanta tristezza, specie quando l’Autrice scopre il disagio provocato dall’atteggiamento del partner circa il rapporto nella vita sessuale ed affettiva.

Non si può nascondere che l’immagine corporea modificata dalla terapia, in via transitoria o definitiva, che pesa come un macigno sulla qualità di vita delle pazienti, vittime di un’improvvisa e imprevedibile crisi d’identità.

Alba con coraggio e generosità ha deciso di raccontarsi. Sono sicuro che ogni donna saprà intuire il messaggio di gioiosa speranza. Le parole sono belle e vere. Non spaventano ma rappresentano in modo realistico i cambiamenti che avvengono nel corpo e nella mente, a seguito della malattia e raccontano senza pudore cosa succede nel corso della cura e nelle fasi successive.

Proprio l’uso di un linguaggio mirato, di un’utilizzazione di parole comprensibili per tutti, ha lo scopo di invitare le donne a non dimenticare che sono loro le vere responsabili della propria salute, le assolute protagoniste della prevenzione e, dopo la malattia, del recupero del proprio stato di benessere.

 

 Giovanni Savignano

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