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Tra storia e arte, San Marco al Castello in Eboli

Tra storia e arte, San Marco al Castello in Eboli

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Non è inusuale, nel nostro Paese, l’allocazione di una struttura penitenziaria all’interno di contesti architettonici di straordinaria bellezza.  E’ diventato purtroppo sempre più usuale, tanto da costituire la regola, l’allontanamento delle carceri dai centri urbani. Ciò a segnare il distacco, non solo simbolico, tra i luoghi della pena ed il contesto civile urbano, consegnando il luogo fisico della detenzione a una progressiva segregazione ed estraniazione dallo stesso.

Nella ricerca di un lontano, fuori dalla concentrazione urbana le scelte messe a punto e realizzate  dai programmi di edilizia penitenziaria prevedono la “delocalizzazione” degli istituti dai centri cittadini con la dismissione di un buon numero di strutture situate in zone centrali e la loro sostituzione con nuovi complessi da costruire in aree del tutto periferiche, con criteri più funzionali. La Casa di Reclusione – Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti di Eboli, è riuscita a conservare entrambe le caratteristiche,  indenne superando le logiche dell’esclusione e conservando, nella bellezza dei propri contenuti, tutta la  bellezza delle sue forme.

Ubicata presso il “Castello Colonna”, sorge nel cuore della città dove si fermò Cristo e la sovrasta. Strana cosa per un edificio destinato a contenere le pene di chi una pena sta espiando. Stridente (ma solo apparente) ossimoro tra la bellezza dell’edificio e ciò che esso rappresenta. Singolare dominanza sulla città ai suoi piedi, che vuole essere, ed è un monito evocativo non di disumane alienazioni, ma di speranze, di opportunità, di cambiamento. Rocca a salvaguardia del diritto di chi, pur avendo sbagliato, deve vedere riconosciuta e rispettata la propria dignità, in vista del ritorno in quei luoghi, all’esterno, con i quali non si è mai reciso il legame, con i quali all’insegna dell’accessibilità, dell’integrazione e della interazione si è sempre tenuto vivo il legame dentro-fuori. Non logiche di respingimento, dunque, ma costanti, continui, tutt’altro che sporadici ed  occasionali contatti cercati e costruiti non sulla scia estemporanea dell’emergenza e delle scadenze alle quali l’Europa ci chiama, ma sulla consapevole e ferma convinzione di realizzare il recupero della personalità di quanti ci sono affidati secondo  interventi qualitativamente e quantitativamente diversi.

     Ne è un esempio tangibile l’opera che si presenta e che al li là del suo valore intrinseco vuole essere il segno inequivocabile del modo di fare trattamento all’interno della Casa di Reclusione di Eboli. Un carcere che si apre al contesto cittadino per mostrare le sue “bellezze”; bellezze che non sono solo statiche opere d’arte ma dinamiche creature che con l’arte si confrontano per  trovare, nella ricerca del sé, una nuova e diversa ragione ed una differente modalità  di interazione con l’altro. Ecco che la scoperta, lo studio, il restauro delle tele presenti nella chiesa di San Marco al Castello, già avvenuto in seguito ed un analogo importantissimo progetto portato avanti dall’ ICATT con gli esperti della Sovrintendenza salernitana, denominato “Impara l’ ARTE” diventa pretesto per avvicinare i reclusi alla Storia e, dunque, alle loro storie, all’ Arte e al suo significato, al bello. Mai come in questo caso l’unitarietà tra etica ed estetica “predicata” da Wittgenstein (e non solo) diventa materia concreta e non solo speculativa. L’ estetica si trasforma in etica diventando il bello strumento di ricerca e di affermazione    di principi e valori una volta ignorati o anche solo messi da parte. Il carcere si apre all’esterno per mostrare anche questa sua parte, per mostrare questa sua “estetica” che è tale solo in quanto etica; si integra nel territorio anche come “monumento”  diventando monumento alla legalità, voluta, perseguita ed attuata nel rispetto della Costituzione e del suo articolo 27.

Il valore aggiunto di quest’opera sta, dunque, nel suo ulteriore significato, quello che solo occhi attenti e sensibili riusciranno a cogliere, sono gli occhi di quegli uomini che sanno allungarsi, in entrambe le direzioni, al di là di un muro di cinta ben consapevoli che “L’occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un’anima vedrebbe il bello se non fosse bella”. (Plotino, Enneadi)

Rita Romano

Direttore Casa di Reclusione Eboli

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