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La storia di Toni da Balvano

La storia di Toni da Balvano

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Il “bilancio di un viaggio attraverso il viaggio”, questa la sintesi della storia di Toni, che grazie alle domande di un misterioso ed imperscrutabile intervistatore (potrebbe essere egli stesso allo specchio) ripercorre le tappe fondamentali della sua vita con il mezzo del dialogo, quasi a voler dare al racconto un taglio si introspettivo, ma anche ragionato e riflesso, senza cedere alla retorica crepuscolare e solipsistica, cui spesso porta la scelta (saggiamente qui messa da parte) del monologo.

L’impalcatura narrativa dell’opera conosce il costante evolvere di due prospettive parallele, l’esistenza del protagonista da un lato e la ferrovia dall’altro, l’una e l’altra che, proprio come due binari giustapposti di una strada ferrata, sembrano camminare e correre insieme, confrontarsi fino a sovrapporsi nelle stazioni della vita per poi riprendere, tappa dopo tappa, il cammino parallelo.

E se la “stazione” di partenza di questo viaggio è Balvano, il paesino lucano che ha dato il natale a Toni, la sua bussola di vita è il treno: lo si avverte fin dalle primissime descrizioni della geografia balvanese, dove è il treno a permettere di raggiungere in maniera più agevole il paese, è il treno che con il suo arrivo fa scappare i poveri animali da cortile, è il treno che ha quasi paura di entrare nelle “tortuose e paurose gallerie” da attraversare per raggiungere Balvano.

Il treno è il pane per Toni perché il padre era ferroviere, ma è anche il segno della tragedia: il padre muore in occasione della vigilia del Natale 1941 quando, mentre stava per tornare a casa al termine del suo turno di lavoro e cenare assieme a figli e moglie, veniva investito da un treno presso la stazione di Contursi Terme.

Il dolore profondo, sordo, immanente che traspira nella lirica “Aspettammo invano” (in appendice) fa eco alla pascoliana Cavallina storna, e così pure lo stile, contrassegnato da dolenti vezzeggiativi (“Ritornavi dai tuoi cari al natio paesello”, “una madre e sei piccini di aspettavano al tetto natio”) e, soprattutto, da quell’”invano” disperatamente ripetuto al nono verso, nel quale risuona l’allusione alla consapevole ed ineluttabile perdita della persona cara.

Il treno, poi, è il regno dell’inspiegabile e del mistero, come nel caso del treno 8017, a bordo del quale il 3 marzo 1944, in circostanze mai del tutto chiarite, morirono circa 600 persone per asfissia di ossido di carbonio dovuta all’inalazione dei fumi delle locomotive a carbone: la lucidità logica e cronologica e la capacità e analisi e di assemblaggio degli elementi indiziari dimostrata dal protagonista nelle pagine dedicate a questa sfortunata vicenda dimostrano, oltre che un sagace intelletto, un attaccamento ed un’affiliazione da sempre consolidata del protagonista al mondo della ferrovia, un mondo percepito ora come speranza, ora come tormento.

E diviene viva e concreta speranza, questo mondo, allorché consente a Toni di aprirsi, attraverso di esso (grazie al concorso vinto nelle FF.SS.), alla vita ed al futuro, lavorando nelle varie zone del Nord Italia, e qui conoscendo gente e guadagnando opportunità di crescita e di entusiasmo.

Le rete ferroviaria diviene per Toni ciò che oggi la rete virtuale (internet) rappresenta per i giovani del mondo globalizzato: uno strumento qualificato di confronto e di conoscenza che gli consente di vivere “da uomo” tutte le stazioni della sua vita, quelle del dolore e del lutto come quelle della gioia e della soddisfazione.

Ed uno strumento di angoscia ed insieme di speranza allorché gli permette di raggiungere i suoi cari (moglie e figlie) durante il terremoto del 1980, quando, tra i tanti bambini morti nella chiesa del luogo e la generale disperazione delle madri, può riabbracciare quasi incredulo moglie e figlie, miracolosamente scampate alla cieca forza distruttiva del sisma: ancora una volta testimone di viaggio il treno, che da Bolzano lo ha condotto fino quasi a casa.

Le ultime pagine del racconto di Toni disvelano la sua visione “dinamica” della vita, una vita che corre senza mai fermarsi, proprio come i tanti treni che lo hanno accompagnato in un viaggio durato anni e che ha contato migliaia e migliaia di chilometri, il viaggio dentro se stesso e dentro il mondo, che non si è ancora spento in una meta precisa: “ho sempre da fare…” risponde Toni al misterioso intervistatore che gli chiede cosa farà in futuro.

Toni si è temprato sulla logica delle partenze e degli arrivi, sa come affrontare il dolore delle separazioni e non ripiega all’indietro neppure durante la parabola discendente della sua vita, perché la vita è un viaggio continuo, è un treno che macina chilometri fino al giorno della sua rottamazione, quando però rimarranno binari da percorrere e stazioni cui fermarsi per altri treni in una sorta di perenne avvicendarsi nel viaggio infinito dell’esistenza umana (“… sappiamo benissimo che tutto ciò che nasce muore, tutto si trasforma, ma non si cancella”).

 

Dott. Carmine Olivieri

 

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