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Un nobile a Buccoli

Un nobile a Buccoli

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L’atto eroico compiuto dal Generale Ferrante Gonzaga del Vodice si colloca nell’Italia del 1943.

Era l’8 settembre del 1943 quando il maresciallo Badoglio e il Generale Eisenhower resero noto l’armistizio firmato il giorno 3 settembre a Cassibile (Siracusa) tra il Governo italiano nella persona del generale Castellano, a nome del Generale Badoglio e gli alleati. Il governo regio era riuscito a farsi riconoscere dagli alleati come unica ed esclusiva autorità in grado di trattare a nome dell’Italia sconfitta.

L’armistizio entrava in vigore dal momento del suo annuncio.

L’ambientazione storica era improntata ad una grande confusione: nell’esercito italiano, non vi erano né ordini, né piani relativi a fronteggiare il nuovo scenario che l’armistizio proponeva.

Privi di ogni direttiva i soldati italiani erano allo sbando, provvedevano talvolta individualmente alla propria sopravvivenza, soccombevano o si univano alle prime spontanee manifestazioni di resistenza armata contro i nazisti.

Lo scrittore, con dovizia di particolari, attingendo alle specifiche fonti storiche, in possesso dei discendenti del Generale, ricostruisce sapientemente la storia di questo nobile e coraggioso alto ufficiale fino al suo sacrificio estremo che si realizza nel particolare momento storico delineato.

Chissà quante volte l’autore si era interrogato su chi fosse quel personaggio il cui nome faceva bellavista all’inizio dell’omonima strada e infine, spinto dalla sua grande curiosità per il sapere, aveva deciso di indagare e di diffondere le sue informazioni.

Un nobile a Buccoli.

Non a caso, il testo viene intitolato così.

Infatti il principe e marchese Don Ferrante Vincenzo, era marchese del Vodice, titolo conferito al padre Maurizio durante la prima guerra mondiale perché con raro sprezzo del pericolo s’impadronì del Monte Vodice nel maggio-giugno 1917 e lo rese con i suoi soldati inespugnabile di fronte ai più accaniti attacchi nemici. Era inoltre Conte di Villanova, Conte di Cassolnovo, Signore di Vescovato, Patrizio Veneto e Grande di Spagna di prima classe del 1938.

Egli era nato a Torino nel 1889 e lì aveva conseguito la laurea in Ingegneria meccanica.

Per tradizione familiare, seguendo proprio le orme del padre, intraprese la carriera militare distinguendosi per senso del dovere e abnegazione.

Un glorioso soldato della Patria, così lo definisce l’autore.

Infatti, nel 1911/12 fu capitano di artiglieria, in Libia, prese parte alla prima guerra mondiale. Nel 1926 era addetto al Comando di armata di Roma, nel 1936 fu comandante del 1° reggimento di artiglieria “Cacciatori delle Alpi” di stanza a Foligno (PR).

Fu insignito di molte medaglie e decorazioni militari dettagliatamente riportate nel testo.

Nella primavera del 1943, gli fu affidata la 222a divisione costiera, schierata a Salerno. La sede del comando era a villa Conforti in località Buccoli tra Eboli e Battipaglia.

Si respirava un clima di destabilizzazione politica.

Consapevole di ciò, il Generale il 13 aprile del 1943 in una accorata lettera alla sorella scriveva "…non ti dico che momenti sto vivendo.E purtroppo non sentiamo una parola dall’alto per rincuorarci. Nel Governo non ha più fiducia nessuno,le organizzazioni varie si sono sciolte al primo pericolo,i contadini non consegnano più il grano agli ammassi, lo mettono in damigiane e lo sotterrano.Si ha l’impressione del tracollo…".

La sensazione diffusa nel popolo italiano era che si stava verificando un mutamento di campo delle alleanze. La guerra era nella sua fase decisiva: l’Italia non era un paese neutrale, ma vincolata ad una alleanza bellica che aveva sconvolto e diviso il mondo e contro la quale era sorta una coalizione di Stati e di popoli che nella comune avversione al nazifascismo e nella decisione di distruggerlo, aveva trovato il terreno d’intesa su cui operare.

Il 25 luglio era crollato il fascismo, ma non le sue strutture portanti che si ricomporranno nella fondazione della repubblica di Salò.

Il rivolgimento di alleanze si concretizzerà l’8 settembre con l’annuncio dell’armistizio e la costituzione del Governo Badoglio.

Alla notizia dell’Armistizio i Tedeschi procedettero ad un’occupazione di fatto dell’Italia, la loro rabbia era enorme.

Mentre gli eserciti alleati anglo-americani, sbarcavano nel sud dell’Italia, si andava configurando la Resistenza italiana come momento autonomo di una lotta da combattere nell’ambito della guerra contro il fascismo e le sue implicazioni.

Da Napoli a Salerno i Tedeschi erano sotto il tiro delle navi da sbarco alleate dell’Operazione Avalanche.

Soltanto la sera precedente, prima che si sapesse dell’armistizio, racconta l’autore, il generale Gonzaga era stato invitato a cena dal comandante tedesco della 16° divisione Panzer, dislocata a Salerno. Era stata una cena conviviale, all’insegna della cordialità.

Ma quando si diramò la notizia dell’armistizio tutto cambiò: prima italiani e tedeschi erano alleati, ora nemici. Il Generale dispose che la Divisione di artiglieria al suo comando si spostasse nelle grotte di Buccoli. Una pattuglia tedesca comandata dal maggiore Von Alvensleben che la sera precedente aveva cenato con lui, si presentò all’ingresso della grotta, intimando la consegna delle armi e la resa.

“In nome di quel dovere che gli fu sacro e dell’obbedienza al Governo di S.M. il Re, il Generale, benché minacciato a mano armata dall’Ufficiale germanico, assumeva un fermo atteggiamento di rifiuto e portando la mano alla pistola ordinava ai suoi soldati di resistere con le armi ai tedeschi “quando un colpo di arma del maggiore Von Alvensleben colpiva il Generale alla schiena uccidendolo.

Terminava l’8 settembre a Buccoli di Conforti, in provincia di Salerno la sua nobile esistenza improntata ad elevate virtù militari e sprezzo del pericolo.

Alla sua memoria fu decretata la medaglia d’oro al valore militare.

Al suo nome è intitolata la Caserma oggi sede del centro di selezione e reclutamento nazionale dell’esercito di Foligno.

Ferrante Gonzaga fu il primo ufficiale in servizio caduto per mano tedesca, non a torto considerato il primo martire della Resistenza.

Il testo, pubblicato postumo, risulta essere quanto mai attuale perché rende merito ad una nobile figura che non può essere dimenticata nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Rosaria Ida Napoli

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